· 

Perché è difficile parlare di laicità in Italia?

In queste ore che ci separano dalla chiusura delle urne e dal conoscere il risultato elettorale mi sono un po’ interrogato sugli aspetti salienti, i contenuti di questa campagna elettorale cercando di scovare, tra dichiarazioni ed agenzie, i temi laici.

 

Ho cercato di pensare a quali grossi temi hanno caratterizzato l’agenda politica e faccio fatica a identificarne uno.

Sarà che questa legislatura in termini di diritti civili e laicità ha segnato ciò che le 5 precedenti (dal 1994) non hanno saputo fare, prevalentemente per via del biporalismo anti-storico, ma non penso che debba considerarsi esaurita l’agenda laica di cui necessità il nostro paese.

 

È evidente che questa considerazione non trova riferimento nelle priorità dei partiti in competizione, come ben evidenziato da due schemi comparativi e sintetici di Gaypost e della Consulta milanese per la laicità delle istituzioni.

 

Tuttavia quello della laicità è un “grosso” tema, che trova declinazione e sviluppo in tanti altri ambiti che animano la quotidianità di ciascuno di noi. La laicità è anche quell’aspetto spesso dimenticato ma essenziale per il funzionamento delle nostre istituzioni.

Dovrebbe esser qualcosa di cui prendersi cura, a partire dal programma con cui ci si presenta ai cittadini, perché é vero che le liste elettorali possono essere anche piene di candidati che hanno a cuore certi temi, ma quale visione di Paese si può proporre se quando si parla di scuola, salute, immigrazione, inclusione sociale e diritti non si fa anche solo un cenno e un riferimento alla laicità?

 

Questo velo di opacità della coscienza politica e pubblica in materia di laicità lo paghiamo in diversi ambiti, e si manifesta ogni volta in modo prepotente, senza che venga proposta una soluzione.

Si manifesta in quel simbolo appeso ai muri di scuole e tribunali; nel ‘velo integrale’ su spiagge e piscine d’estate; nel presepe a scuola; quando dopo una strage, una violenza domestica, un eccidio dallo schermo televisivo la morale ce la fa sempre un prete cattolico; e infine, ma non meno importante, quando qualche politico giura – anche se solo simbolicamente – ponendo la mano su un libretto chiamato I Vangeli.

 

L’insieme di queste cose fa capire a un cittadino italiano che il suo spazio pubblico ha una cornice precisa, quella che stabilisce che l’identità morale dello spazio pubblico democratico è subordinata a quella religiosa.

 

Perché in Italia fa così fatica ad emergere e consolidarsi un principio banale della cultura politica liberal-democratica universale, secondo cui se le istituzioni sono laiche il bene pubblico – quindi collettivo – non deve esser ricondotto ad una visione del bene parziale, cioè la visione religiosa?

 

La Stato democratico liberale, per come lo conosciamo noi, è una associazione di individui di un determinato territorio che si trattano da liberi ed eguali e rispondono a dei criteri organizzativi e coercitivi che garantiscono (almeno teoricamente) partecipazione, libertà fondamentali ed eguaglianza, e constatano e accettano in modo valutativo (sempre teoricamente), un pluralismo di concezioni religiose, morali, metafisiche o altro che producono più visioni generali del mondo, inconciliabili tra di loro. Compito dello Stato regolamentare lo spazio pubblico, dove si confrontano gli individui e le loro organizzazioni, e lo spazio pubblico istituzionale, quelle dove lo Stato svolge un ruolo attraverso le sue istituzioni.

 

Detto questo, nello spazio pubblico gli individui, cioè i cittadini, possono esprimere la propria individualità, un’identità soggettiva e particolare tutelata dalle leggi, senza che questo comportamento costituisca una coercizione valoriale sugli altri. Allo stesso tempo, in questo spazio, lo Stato deve essere neutrale, poiché ricoprendo funzioni specifiche - e coercitive – con le sue istituzioni non può assumere i valori di una parte, ma deve parlare una lingua pubblica condivisa da tutti gli individui,  a prescindere dalle loro appartenenze religiose, nel rispetto della partecipazione, uguaglianza e pluralismo.

 

Verrebbe subito da pensare che il problema è tutto italiano, ma non è così.

E’ evidente il “problema” italiano, ma i modelli di laicità esistenti sono diversi e ciascuno ha la sua peculiarità e dose di problemi. Tra l’approccio francese e quello nordamericano, ad esempio, c’è un pluralismo di modalità e tentativi di gestione del fenomeno religioso, del rapporto dello Stato con i valori delle comunità, e del ruolo dello Stato e delle sue Istituzioni.

 

La debolezza del contesto italiano trova fondamento su alcuni aspetti che verranno approfonditi in prossimi post.

 

Tra gli aspetti storici e locali che rendono difficile ribadire il principio di laicità delle istituzioni, non si possono ignorare gli effetti della relazione tra religione cattolica e istituzioni repubblicane. Una relazione che è diventata complicata dopo il concordato del 1984 e ancora di più dopo i cambiamenti del sistema politico del 1993 e del 2013.

Altro aspetto non indifferente è quello determinato da una sostituzione permanente e continua di valori e ideali di appartenenza allo Stato con valori religiosi, che compromettono il senso di comunità e sminuiscono il valore e l'autonomia delle istituzioni.

Tra gli aspetti globali e storici non si può omettere lo scenario complessivo che ha rimesso in discussione le modalità di sviluppo della secolarizzazione, che qualcuno considera in crisi.

Una secolarizzazione focalizzata fino a qualche tempo fa sul contesto europeo, caratterizzato da un pluralismo religioso prevalentemente sviluppato intorno all’avvenimento cristiano. Le nostre società sono oggi più secolarizzate e più religiose al tempo stesso, in un modo che mette alla prova lo Stato liberal-democratico che si trova a gestire e a confrontarsi con nuove e diverse forme di appartenenza (e credenza).

 

In questa complessità il politico nostrano non parla di temi laici e non affronta la questione complessa della laicità là dove dovrebbe declinarsi, ovvero nei programmi.

Sovrappone e utilizza come sinonimi identità, culture, lingue e religioni; derubrica la questione dell’Islam, riferendolo sempre all’interno della discussione sulla sicurezza; perché troppo complicato – o compromettente - trattarlo allo stesso modo del cristianesimo; e non considera le realtà atee, relativiste e agnostiche al pari delle comunità religiose.

E così, nell’assenza complessiva di una visione di società e Paese e di riferimenti valoriali laici, autonomi e altri rispetto a quelli religiosi, il politico nostrano (a destra, ma anche a sinistra) si affida – quando può o fa comodo - alle parole di papa Francesco.

 

Ho voglia di ricominciare, ma non da capo.

Individuiamo le cause che rendono difficile in questo paese parlare pubblicamente di laicità e temi laici, e troviamo delle soluzioni e/o delle buone pratiche per incominciare a farlo.