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Dati, report e scenari. L'Italia di oggi e la sfida della sinistra.

Il problema non è Amazon, ma tutti i "Now" del nostro tempo.

Ipsos ha identificato qualche anno fa un numero di megatrend che stanno rimodellando il mondo. Ognuna di queste tendenze ha implicazioni profonde sul modo in cui le persone vivono, su come interagiscono e su come funzionano le transazioni economiche, il commercio e  sui modi in cui si possono provare a comprendere tutte queste tendenze.

Sono fenomeni globali, imprescindibili da ogni ragionamento individuale, collettivo, politico e sul futuro che ci aspetta, o che vorremmo costruire e lasciare ai nostri figli.

 

I MEGATREND INDIVIDUATI SONO 9.

Si tratta dell'impatto delle megalopoli (1), che si caratterizzeranno come reali contesti di pressione sociale.

Poi si parla di crescita della popolazione, in quanto si stima che nel 2030 supereremo i 10 miliardi (2), con una maggiore longevità (3), e un contesto nel quale malattie transgenerazionali e trasversali imperverseranno.

Si continua poi con una convergenza culturale (4) che porta però anche a una radicalizzazione degli estremismi.

Meno privacy e interconessione perenne (5).

Competizione tra scelte individuali e/o di nicchia rispetto al concetto mainstream di market (6).

I crimini contro la persona diminuiranno (in occidente), ma la coesione sociale precipiterà e l'istituto della rappresentanza sarà sempre meno forte.

L'individuo è lasciato a se stesso (7, social vs individual).

Le diseguaglianze si allargheranno.

Aumenteranno le opportunità, ma i ricchi diventeranno sempre più ricchi (8) e i poveri più poveri.

Gli ambienti di lavoro saranno sempre più flessibili (8) in contesti in cui i confini tra vita privata e vita lavorativa saranno sempre meno linee nette e sempre più zone di vaghezza e (ri)posizionamento. 

 

Questi i trend individuati ormai qualche anno fa. Per scrupolo, per vedere se queste "visioni" globali hanno dei risvolti locali e si vedono dei movimenti a livello demoscopico, sono andato a spulciarmi la sintesi dell'annuario statistico del 2017 realizzato da Istat.

  

Secondo ISTAT a gennaio 2017 la popolazione straniera residente ammontava a 5.047.028 persone, che corrisponde all’8,3 per cento del totale dei residenti.

La speranza di vita alla nascita è di 80,6 anni per i maschi e 85,1 per le femmine, e anche quest'anno è continuata a crescere di qualche punto percentuale.

L’insieme di queste dinamiche fa del nostro paese uno dei più vecchi al mondo.

 

Sono aumentate le famiglie composte da una sola persona (31,6 per cento) e si son ridotte quelle di cinque o più componenti (5,4 per cento). 

La popolazione nelle scuole italiane nel 2016 era di 8.807.146 studenti.  La presenza di studenti stranieri si ferma al 9,3 per cento. Gli iscritti stranieri sono più presenti nelle regioni del Nord (65%) e meno nel Mezzogiorno (12,1%). 

Nel 2015 lavorava circa il 46% per cento dei diplomati del 2011, mentre il 29% studiava nei corsi di livello terziario. Sempre nel 2015, dopo quattro anni dal conseguimento della laurea, lavora il 72,8% dei laureati triennali e l’83,1% dei laureati magistrali. 

Nel 2016, in Italia le famiglie in condizione di povertà assoluta erano 1,6 milioni, per un totale di 4,7 milioni individui poveri (il 7,9% dell’intera popolazione). Ma sulla povertà ritorno brevemente tra poco.

Per quanto riguarda i consumi, ho preso un dato significativo, ma simbolico.

Nel 2015 la produzione libraria italiana è stata di oltre 55 mila libri, in diminuzione rispetto al 2014 tanto nei titoli quanto nelle tirature (-3,9 e -6,5 per cento). Le grandi case editrici han pubblicato circa 217 libri all'anno, contro i 4 delle piccole. I lettori sono diminuiti nel 2016, sia per i quotidiani (-3,2 punti percentuali rispetto al 2015) sia per i libri (-1,5 punti percentuali).

La spesa destinata dalle famiglie italiane alla culturale al tempo libero è stata poco meno del 7 per cento. 

 

Mentre spulciavo il report, mi sono imbattuto nella recentissima indagine della Banca d'Italia, sui bilanci delle famiglie italiane che ci informa che sì, il reddito medio delle famiglie italiane è cresciuto nel 2016 del 3,5 rispetto all'indagine del 2014, ma è aumentata la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, è aumentata la quota di individui sulla soglia della povertà, e questo aspetto riguarda prevalentemente giovani e stranieri, quelli che sono sempre più precari.

 

Dopo questo delirio di dati e statistiche occorre fare il punto, e unire i puntini. O almeno provarci.

 

Diseguaglianze, crescita della popolazione, longevità, flessibilità, consumi, radicalizzazione e povertà.

Direi che l'Italia è perfettamente inserita in un contesto globale, anche se con la sua specificità.

Una specificità che trova una sua narrazione anche in politica. Infatti, come in altri paesi europei la sinistra tradizionale non vince e non convince (Francia e Germania), il sistema politico appare frammentato (Spagna), e le forze estreme o populiste avanzano (Austria, Ungheria, Polonia).

 

Quale prospettiva?

Secondo me qualsiasi nuova prospettiva e proposta deve partire dalle realtà numeriche di cui sopra.

Il problema è che i raggruppamenti di sinistra si sono focalizzati, come nelle recenti elezioni, solo sui dati e sugli effetti finali e poco sui trend di cui sopra e i meccanismi causali. Questioni di tempo etc, come ho già sottolineato altrove.

I trend e una visione complessiva ci possono aiutare maggiormente.

L'Italia di oggi - come gran parte del mondo occidentale - è uno scenario post-ideologico, iper-individualista e turboconsumistico. Condito da una scarsa virtù civica e dalle nostre forme di 'capitale sociale', per provare a dirla (male) come diceva  Putnam.

 

Andare a parlare di diritti, uguaglianza, accoglienza, solidarietà, comunità, valori, coesione in questo periodo non solo è faticoso, ma diventa anche inefficace, perché solo una esigua minoranza ha interiorizzato e problematizzato questo scenario ed è interessata all'ascolto di discorsi contrari e opposti a un pensiero mainstream dato per scontato.

 

Oggi, tra un segretario di partito candidato politico e un cantante di un reality show c'è poca differenza.

Il cittadino consumatore si aspetta che, appena "scelto" il performer, questo vinca e conquisti Sanremo oppure le elezioni e "faccia qualcosa".

 

Molti esponenti di sinistra se la prendono con Amazon e forse con ciò che rappresenta.

Oggi a mio avviso il problema non è Amazon, ma il "now " che non è solo di Amazon, ma caratterizza la nostra quotidianità, ha eroso la declinazione del tempo, consumato la pazienza, estremizzato gli attimi.

Un "now" che vediamo nell'organizzazione degli eventi, nella risposta ai messaggi sullo smartphone, nei rapporti con la PA, nella formazione di liste, etc. 

Tutto dovuto, tutto subito. Un tempo presente continuo.

“Adesso!” era anche il payoff delle prime primarie di Renzi.

Come si dovrebbe collocare una forza di sinistra di fronte a questi "trend" globali  e locali? E come rispetto al "now".

Ci abbiamo mai riflettuto in un congresso?  C'è una visione di paese-mondo e una strategia di lungo periodo che non sia finalizzata e svuotata dagli appuntamenti elettorali e relative assemblee?

 

Se anche il rapporto con la politica diventa mero appuntamento elettorale, e quindi è un esperienza simile a quella che si ha con il volantino del supermercato, la scelta del cittadino/consumatore/elettore diventa del tutto basata su istinto e occasione.

Cosa c'è in offerta? Questo! Allora lo prendo. Ma ha senso? 

 

In questo contesto fatto di questi dati, questi trend e questo scenario, se le forze politiche progressiste (si dovrebbe dire anche progressive) e innovative non riescono a segnare una prospettiva e rincorrono il modello della performance, e del bisogno immediato, non ci sarà mai il tempo affinché si generi con-senso e con esso il senso.

 

Con la scomparsa e/o indebolimento degli organismi intermedi, l’elettore consumatore è lasciato a se stesso nell’elaborazione di utilità, efficacia, senso delle opzioni politiche e soprattutto dei valori alla base.

La politica di Di Maio/renzi/salvini si rivolge a tutti, ma in realtà non parla a nessuno.

La politica di chi è a sinistra si rivolge a tutti, ma in realtà parla per pochi. Un  risultato che è l’esatto proposito della campagna elettorale.

Vincono e convincono le forze che parlano la lingua del pensiero e dei valori dominanti, perché inserite ‘nel senso’; invece rimangono ai margini le forze che devono guadagnarsi il consenso, e sono costrette a derubricare le strategie del “now” ad un concetto  “temprorary”, come gli shop alla stazione nel periodo natalizio.

 

Quando la domanda della maggioranza è “a me cosa ne viene" e il sogno è "diventare ricco e famoso".... hai voglia di far presa con art18, diritti, antifascismo, solidarietà, comunitarismo etc.

 

Quando Berlusconi parla di Flat tax fa i suoi interessi, lo sappiamo tutti. Le persone però pensano che se pagheranno la stessa tassa di Berlusconi, saranno un po’  più ricche, se non addirittura come lui.

Berlusconi ha sempre venduto un sogno, perfettamente comprensibile senza argomentazioni.

 

Mi permetto quindi una provocazione: chi a sinistra dovrebbe dire che la sfida, l’obiettivo non è far pagare la stessa percentuale di tasse che paga Silvio, ma liberare il sistema e permettere a chiunque di diventare ricco come Berlusconi, e per far questo l'originale deve pagare più tasse rispetto a chi guadagna qualche decine di migliaia di euro, e in più, chi di sinistra deve ribadire che alla quarta generazione di Berlusconi, si espropriano gli eredi del 75 per cento del patrimonio, così da garantire servizi pubblici, stipendi più alti, trasporti migliori e cambiare la situazione rispetto a come la racconta bankitalia e così ripristinare un equilibrio nella mobilità sociale del paese, democratizzare l'accesso alla ricchezza, attraverso un'azione di dissequestro.

Perché oggi le rendite ed i capitali oltre la decenza sono dei privilegi dinastici che impediscono il progresso collettivo, e impoveriscono le persone.

 

Dopo questa provocazione segue però un pensiero: ma la sinistra è in grado e soprattutto vuole parlare di ricchezza o siamo ancora in un contesto scivoloso quando parliamo “di ricchezza”, perché tocchiamo il tema “classi sociali” anche se ci hanno fatto credere che non ce ne sono più?

Non sono ironico, ma è una tra le questioni da chiarire perché non solo non ho capito cosa succede dopo che si è denunciato che la quasi totalità della ricchezza è detenuta da pochi, come detto da Bernie Sanders e poi da altri, ma alcuni hanno riserve se non contrarietà, perché aspetto del sistema capitalistico, da superare.

Quindi, ridistribuiamo come Robin Hood, trasformiamo il sistema mettendo dei paletti a stipendi, alla grandezza e libertà delle imprese, oppure anche alla ricchezza personale?

Le strade son tante e diverse e possono addentrarsi o allontanarsi dagli scenari descritti dai megatrend iniziali.

 

Eppure le energie rinnovabili, ma anche la sharing economy, ci potrebbero riportare di nuovo verso una prospettiva in cui si potrebbe superare il concetto di "proprietà" e instaurare una logica di "collettività" funzionale. Un vero comunitarismo, (forse con approccio weberiano al capitalismo e alla sua ‘etica’).

Certe idee di capitale, bene, proprietà sono ancora lì a parlarci e a descrivere il mondo.

Si potrebbe davvero fare molto, e soprattutto cambiarlo il mondo...

 

La generazione dei baby boomers è quella che ha fatto il 68 e ha ottenuto tante conquiste, e l’ha fatto perché aveva una prospettiva, aveva una visione. Le generazioni x, millennials, e ora quella y stentano a trovarne  ancora una.

I trend descritti da Ipsos (e anche in forma però ottimistica da Parag Khanna nel suo Connectography) ci spingono verso una continua evoluzione e contaminazione del sistema democratico degli stati nazionali e verso un modello ibrido e nuovo. Uno scenario dove i brand potrebbero riuscire nell'intento di descrivere le identità e le appartenenze, scavalcando i confini territoriali, le leggi e le monete, governare i popoli, distribuire o concentrare ricchezza, e definire cosa è progresso e cosa non lo è.