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Fino a dove si spingerà Erdogan?

Un secolo fa le potenze occidentali hanno smantellato l'impero ottomano dopo la prima guerra mondiale e istituito nuove mappe e confini. A distanza di anni dalla fine dell’equibrio dato dalla guerra fredda, la Turchia può posizionarsi al posto di guida nel plasmare i confini di una nuova mappa del Vicino Oriente.

Oggi la domanda cruciale è dove Erdogan puó andare dopo quello successo ad Afrin e alla luce del recente downgrade da parte di Moody’s.

La caduta della città di Afrin per mano dell’esercito turco e delle forze ribelli siriane era inevitabile secondo i media internazionali, ma la situazione rimane piena di pericoli. 

L’esercito siriano libero (FSA), una forza araba con forte infiltrazioni di combattenti ex Isis e Al-Qaida, per prima cosa ha demolito la statua di un eroe mitologico kurdo nel centro di Afrin. Le minoranze non musulmane, in una Siria in implosione, sono purtroppo bersagli facili e deboli.

La principale zona curda siriana si estende dalla città araba di Manbij, appena a ovest dell'Eufrate fino al confine iracheno. Qui, a differenza di Afrin, le forze curde  sono sotto la protezione degli Stati Uniti. Pattuglie molto visibili di veicoli corazzati statunitensi presidiano la prima linea attorno a Manbij. 

Circa 200.000 curdi sono fuggiti da Afrin negli ultimi giorni, molti non potranno mai tornare.Si uniranno ai sei milioni di siriani sfollati dal 2011.

L'esito della lotta per Afrin è stato evidente - con sottofondo il silenzio totale della UE -  dal momento in cui l'invasione turca è iniziata a fine gennaio a seguito di una partita di scacchi tra Russia, USA, Turchia e Siria. L'allora segretario di stato americano Rex Tillerson dichiaró, provocando, che le forze americane sarebbero rimaste in Siria, garantendo così la sicurezza tramite una zona/protettorato curdo creato dall'alleanza militare YPG (Unità di Protezione Popolare)-USA contro l'Isis. Quando Raqqa cadde lo scorso autunno, i curdi avevano conquistato il controllo di circa un quarto del territorio siriano (i curdi in siria sono/erano quasi il 20% in alcune aree)

Tillerson dichiarò non solo che gli Stati Uniti sarebbero rimasti in Siria, ma anche che Bashar al-Assad non avrebbe avuto ruoli nel futuro del Paese e avrebbero rallentato l'influenza iraniana sulla zona. Provocazione e obiettivi ambiziosi e soprattutto irrealistici, ma sufficienti per riunire Turchia e Russia.

Da qui é successo che Putin ha rallentato la protezione su Afrin, consentendo all'aeronautica turca di bombardare senza grosse contestazioni.

La Russia vuole presumibilmente spingere i turchi in un conflitto permanente con gli Stati Uniti, alleati dei curdi, cercando di renderla  realtà dipendente e subordinata, essendo la potenza superiore del nel territorio.

Ma cosa succederà adesso?

Il presidente Erdogan è trionfante, forse troppo, visto che anche se può disporre praticamente delle istituzioni del suo paese con un ordine, di fatto ha perso gran parte degli investimenti internazionali da paesi occidentali, spende più di quanto incassa, e queste operazioni di grandezza oltre che la sicurezza interna costano parecchio.

La distruzione dei simboli curdi in città non è un buon segno per il futuro. Alcuni leader curdi siriani temono che Erdogan abbia intenzione di creare un blocco arabo sunnita sotto il controllo turco nel nord della Siria, frenando così anche le contestazioni interne.  

I curdi temono che gli Stati Uniti possano abbandonarli, ma dal punto di vista americano, gli Stati Uniti hanno bisogno di una forza di terra alleata in Siria se vogliono rimanere nel territorio, e gli unici candidati a disposizione sono i curdi. 

L'impegno degli Stati Uniti potrebbe diminuire, tuttavia non è ancora successo, anche perchè renderebbe la Russia leader regionale indiscusso. 

E l’Unione Europea?