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Trono e altare

Uso e abuso del simbolismo religioso in politica.

Il rapporto tra trono e altare in Italia é sempre stato problematico. L’Italia unita nasce cristiana ma anticlericale, anche per necessità geografiche, e si sviluppa in forte ostilità con il papato sia per scelte dei primi governi del Regno, sia per le scelte della Santa Sede.

Con lo sviluppo dei partiti di massa socialisti anche i movimenti cattolici spingono (dal basso!) per la creazione di un partito di massa di riferimento dei cattolici.

Tuttavia, meno con il primo Partito Popolare, ma molto più con la Dc, la distinzione tra ciò che era di Dio e ciò che era di Cesare é sempre stata inviolabile.

La certezza da entrambe le parti consisteva in un accordo tacito, i cattolici hanno un partito di riferimento, ma poi alla fine votano chiunque (tranne nella intensa stagione delle scomuniche), ma tutti i politici si mettono in coda a baciare l’anello (ad eccezione di Pertini che accolse Giovanni Paolo II al Quirinale chiamandolo dott. Wojtyla).

Se é vero che l’inopportuna  presenza di preti al tavolo delle autorità di celebrazioni civili non é mai venuta meno, come non si riesce a fare a meno delle loro benedizioni di edifici pubblici, raramente ci si é trovati di fronte a richieste di maggiore laicità da parte di rappresentanti del clero così come in questi giorni.

Il paradosso di oggi.

Siamo oggi di fronte ad un paradosso: un rappresentante della politica rivendica per sé simboli religiosi riconoscendosi così non un cristiano adulto alla Prodi, ma addirittura un cristiano autonomo che bypassa gli intermediari (caposaldo del cattolicesimo), il magistero, e rivendica come testimonianza cristiana il senso del suo operato, simboli religiosi inclusi.

Ben diverso dalle veglie mariane in chiave comunista durante alcune occasioni elettorali, negli anni sessanta e settanta, dove una parte politica era in sintonia con la Chiesa gerarchica, e rispettosa dei ruoli. Un tale tentativo di sovrapposizione, sostituzione e disintermediazione delle e dalle autorità religiose in Italia non si vedeva dai tempi del Papa Borgia e poi del tentativo della Riforma Protestante.

Al di là del Tevere i fischi al Papa in un raduno politico e la contrapposizione ideologica su più fronti devono fare molto più paura delle ampolle di acqua santa, dei rosari, vangeli e presepi agitati in piazza.

Alla CEI forse si stanno pentendo di aver tolto dall’empasse il Governo nella prima emergenza sbarchi la scorsa estate, tuttavia il rischio dietro l'angolo è che il compromesso del “cattolicesimo plurale” Italiano raggiunto negli anni '80 e mantenuto in questi trent'anni venga superato da un periodo terribile.

In un paese come il nostro, con una confessione largamente maggioritaria, per cattolicesimo plurale si intende l'abile capacità di governare e mantenere all' interno della Chiesa il dissenso e non farlo sfociare nella contestazione, evitando così abbandoni e scismi. Un metodo di governo che tiene insieme Noi siamo Chiesa e Rinnovamento dello Spirito, realtà che vanno molto più d'accordo con altre confessioni religiose (protestanti e/o pentecostali), che tra di loro, pur essendo entrambe cattoliche.

Cosa può succedere?

Salvini, nell'agitare il rosario, si pone a gamba tesa fuori da questo pluralismo non organizzato ed esterno alle dimensione ecclesiale. Questo per il magistero potrebbe costituire un problema, in quanto non è controllabile.

Oggi da destra intervengono sul simbolismo religioso, sovrapponendolo e sostituendolo all'identità politica, domani chissà cosa succederà. Entreranno in chiesa e contesteranno le omelie?

Per una confessione che perde ordinazioni, battesimi, matrimoni, che gestisce in modo flessibile l'adesione al catechismo e che lascia alla decisione autonoma del sacerdote l'amministrazione di sacramenti a chi non dovrebbe accostarsi stando alla dottrina, l'arrivo di un attore esterno, autonomo che fa suoi i simboli religiosi è l'inizio di un preoccupante cambio di paradigma.

Dopo la Prima Repubblica i cattolici si sono distribuiti tra gli schieramenti, il voto cattolico è stato via via sempre meno decisivo, ma la maggior parte delle forze politiche ha cercato l'appoggio delle gerarchie, come forma di ossequio.

Rivendicando uno spazio autonomo che fa fuori il ruolo e la presenza delle gerarchie, Salvini prova a spingerle nella marginalità del dibattito pubblico.

Salvini non agita il rosario per essere il più cristiano dei cristiani, Salvini agita il rosario e invoca la madonna perché vuole fare a meno della genuflessione al vaticano e alla Chiesa, scardinare la secolare  desiderabilità sociale del rispetto al papa,  perché il papa è il solo antagonista culturale di peso che è rimasto. Soprattutto per responsabilità della sinistra politica di questo paese.

Cosa fare?

Difficilmente Salvini sul tema dell'immigrazione potrà fare un cambiamento di posizione, tuttavia su altri temi, a seconda dei segnali diretti che sono strati mandati alla sua attenzione,  potrebbe cambiare registro e tornare a svolgere un ruolo consono e rispettoso delle gerarchie, del papa stesso e delle sue prerogative. Questo ovviamente non ci è permesso saperlo.

Ma la storia ci insegna che l'alleanza tra trono e altare quando si fa, si fa a destra, e più le posizioni sono dure più trovano considerazione sacra. La possibilità che gli interlocutori si riavvicinino grazie al comune sentire su famiglia, parità e ruoli di genere, tradizioni, istruzione è proprio dietro l'angolo.

Proprio per questo occorre mai come oggi rivendicare laicità e separazione degli spazi e dei ruoli.

Ma finirla, soprattutto a sinistra, di ricorrere alle posizioni del papa per animare una agenda scarna di riflessioni del mondo e sul mondo, o per legittimare le proprie posizioni politiche, continuando a dare centralità a una agenzia sociale con troppo potere e peso.

L'arena politica e il dibattito pubblico saranno liberi da influenze confessionali e abusi identitari solo se si riuscirà ricostruire una visione di società che si pone in equidistanza non solo da tutte le confessioni, ma autonoma nella costruzione e salvaguardia di beni pubblici e beni comuni, una posizione capace di essere punto di riferimento  culturale e valoriale, un agenzia sociale e politica di cui abbiamo un incredibile bisogno, in antagonismo alle destre, ma anche alla narrazione delle gerarchie vaticane, soprattutto quando ci fanno comodo.