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Sinistra, in cerca di un Punto di Riferimento

Credo di far parte di quel popolo di sinistra inquieto, via via insoddisfatto e silente, senza centro di gravità permanente.

Mi sento parte di una comunità, ma apolide e senza uno spazio in cui sentirmi a casa.

C’è un classico delle scienze economico-politiche che parla delle opzioni a cui i membri di un'organizzazione possono ricorrere quando percepiscono che l'organizzazione sta dimostrando una diminuzione della qualità o della sua efficacia:Exit, voice and loayalty’ di Hirschman.

Queste persone possono uscire, EXIT (ritirarsi dalla relazione);  oppure, possono protestare, VOICE (tentare di riparare o migliorare la relazione). Nel corso di queste ultime tre decadi, a sinistra abbiamo collezionato qualche milione di individui che applicano da troppo tempo una exit nel contesto politico e hanno smesso di esprimersi in termini elettorali. Persone, vite, entusiasmi che sono l’anima delle manifestazioni, dei cortei, delle iniziative di volontariato e di resistenza al degrado totale che quotidianamente animano l’Italia.

Ma perché le persone, il popolo di sinistra si allontana e abbandona il campo e poi non partecipa al voto?

Le ragioni potrebbero arrivare da lontano

L'allontanamento dei membri di questa comunità dalle sue storiche agenzie rappresentative e da quelle nuove a mio avviso parte da lontano, ed è frutto della stratificazione di ondate diverse e decisioni silenziose e autonome.

I primi segnali di cedimento si sono avuti in concomitanza con la prima scissione di sinistra ai tempi del primo Governo Prodi, con la nascita del PDCI.

Poi per via della fusione a freddo tra DS e altri soggetti, di seguito con le nuove scissioni a sinistra del PD dieci anni più tardi, per continuare in occasione dei governi tecnici e/o di necessità (quelli che ci chiedeva l'Europa); dalla perdita di una prospettiva e visione di un mondo completamente cambiato e, infine, per la assoluta incapacità di fare sintesi, più che unità.

Attenzione, parlo di errori, non di colpe, parlo di scelte che hanno responsabilità diffuse e vanno soppesate, non perché hanno attenuanti, ma perché spesso sono scaturite dalla ovvia mancanza di informazioni sull'evoluzione che la società occidentale avrebbe preso nonostante e a prescindere delle scelte a disposizione. Gli errori del senno di poi, si dice, ma è così, a quel tempo molti pensavano di fare la scelta giusta, chi non l'ha fatta è stato previdente, ma per fortuna si può anche cambiare idea.

Gli errori del senno di poi

Primo fra tutti,  l'evoluzione politica partitica dopo la fine dell'Unione Sovietica. La fine della polarizzazione del pianeta ha aperto una varietà di possibilità che hanno sbagliato anche i migliori strateghi al servizio delle intelligence di potenze mondiali.

Poi l'adesione acritica al Trattato di Maastricht nel 1992, che già nel suo incipit specifica la sua essenza di accordo economico, una diversa visione del mondo rispetto al nostro art. 1 della Costituzione.

Continuando, non si può dimenticare l'adozione della 'terza via' planetaria e la corsa al centro. Una terza via che nacque con la riforma dell'art.4 dello statuto del labour, un dibattito che nessun altro partito socialista o progressista in Europa ha mai vissuto, forse nemmeno il PCI con la svolta della Bolognina. Scelta problematica fu l'adozione del Pacchetto Treu, ma anche quella relativa l'ingresso nell'Euro.

La destabilizzazione del medio-oriente e la nascita di un mondo multipolare con potenze geografiche e alleanze variabili non hanno stimolato una riflessione così come successo in altri paesi, sia nell'adesione alla Nato, sia alle altre organizzazioni internazionali, come quella del commercio, che ha aperto le porte alla Cina.

Infine, la crescita del fenomeno populista, il terrorismo internazionale, la crisi del sistema finanziario e le politiche di austerità, la parcellizzazione del lavoro, la venuta meno di regimi, lo smottamento di intere popolazioni e la loro progressiva convergenza sul mediterraneo verso un occidente sempre più impoverito ma molto più ricco di paesi sempre più poveri, non hanno stimolato una riflessione completa sull'azione di una forza progressista capace di dare uno sguardo e una visione al Paese, alla sua collocazione in Unione Europea, nel mediterraneo. Sempre più persone si son trovate senza rappresentanza, senza voce e quindi senza scelta.

Cosa dire oggi?

È chiaro che prima di poter dir qualcosa è necessario un bagno di realtà su un mondo che è cambiato, e non è cambiato in tutto e per tutto come piace a noi, né si riuscirà a cambiare totalmente come vorremmo.

L'attuale ci restituisce una realtà complessa in cui avere una prospettiva, e programmare traguardi nel breve periodo, rinnovabili senza perdere di vista la destinazione. 

Ad esempio, possiamo rivendicare l'errore di rimuovere l'Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, ma non possiamo limitare la narrazione sul lavoro e l'occupazione meramente al suo ripristino, fondamentale più che per la sua reale utilità, per il suo essere insieme simbolo e deterrente. Le fabbriche ci sono ancora, certo, ma il mondo del lavoro ci porta verso un futuro diverso, che è già attuale, un mondo dove i deboli e gli ultimi hanno sempre meno possibilità, come poche ne ha il sistema produttivo italiano, fatto di realtà medio piccole che lottano per la loro sopravvivenza, dopo che è stato perso il treno dei distretti industriali, delle fusioni, e pezzi del paese che produce sono stati comprati da attori del mercato globale.

Possiamo rivendicare la nostra umanità parlando di accoglienza universale, ma saremmo ipocriti a farlo in un contesto di risorse scarse e mancanza di autonomia e di prospettiva globale.

Possiamo scegliere, sbagliando, di usare strumenti del passato per guarire le ferite sociali dell’oggi e che ci riserva il domani, ma commetteremmo un errore grande a buttar via insieme a quegli strumenti anche i valori, in quanto i valori sono l'essenza di una tradizione politica con radici lontane che ha ancora tanto da dire e dare.

Cosa frena, cosa fa battere il cuore

La sinistra ha smesso di rivendicare l’autonomia di valori e la sua caratteristica di essere, con le sue organizzazioni una agenzia di valori del tutto legittima. Per questo motivo contesto l’appiattimento delle organizzazioni di sinistra all'agenda del papa di turno. La sudditanza pseduomorale e la necessità di approvazione e la paura del biasimo del prelato di turno sono antitetici con un’azione politica alta che non accoglie gli ultimi per guadagnarsi il paradiso o per rendere grazia a qualche divinità, ma perché ha lottato per stabilire che uno vale uno non è un concetto che può essere sequestrato impunemente da chi ne fa solo una questione di click.

Odio le chiacchiere sull'integrazione, soprattutto quanto non si pratica l’inclusione, e non la si gestisce in quelle periferie dove lo scontro tra culture non ha le forme del terrorismo, ma si manifesta nelle scene di vita quotidiana in cui devono condividere usi, costumi, cibi, odori diversi e nuovi in spazi ristretti e in condivisione forzata di persone sempre più arrabbiate e sole che finiscono con l’odiarsi tra loro.

Non sopporto un relativismo becero, quel multiculturalismo in cui sono inciampati tanti anche sinistra, di chi pensa di rappresentare tutte le minoranze semplicemente unendole. Ci sono valori e conquiste che vengono a prescindere di qualsiasi credo, come la parità di genere, il rispetto delle istituzioni e delle norme, la laicità dello Stato, valori figli della Riforma protestante, delle rivoluzioni civili, politiche ed economiche che hanno attraversato l'occidente. Una forza di sinistra non può derubricare queste conquiste perché in dissonanza con quelle di credenti di confessioni diverse da quelle autoctone che in alcuni territori incominciano ad avere numeri significativi, soprattutto quando anche la chiese più radicate, come quella cattolica, devono ancora comprendere e accettare del tutto certe conquiste.

Mi spaventano le narrazioni superficiali, le risposte banali a problemi complessi che vanno per la maggiore sui social network, tacciate come semplici. Non si tratta di semplicità, ma di banalità che derubricano l'approfondimento e la formazione, ma mi disturbano meno le menzogne di Salvini rispetto a un "questo lo dice lei" della Castelli. Salvini lo sbugiardi, la Castelli è ormai una voce del subconscio, che sta diventando sempre più uno spazio contaminato dall'ignoranza che si arroga il diritto inesistente e insistente di autoproclamarsi verità alternativa. 

Mi ritengo post ideologico, ho smesso di parlare di padroni, perché non è nella continua rinominazione delle classi che si riuscirà a scardinarne ordine. Se poteva esser progressista un imprenditore come Olivetti lo può essere un manager oggi, mi piacciono poco le liturgie nella fede, figuriamoci in politica.

La questione "lavoro" oggi si declina non nel rapporto autonomo/dipendente, ma tra lavoro con o senza diritti. Mi piacerebbe avere un punto di riferimento che parli sia a chi ha la partita iva, sia a chi è assunto in forma più o meno precaria, parlando di diritti e continuità occupazionale in collaborazione con le forze sindacali, perché è nella forza del sindacato e nella sua rappresentatività che si sono ottenuti e si mantengono diritti e si evitano soprusi.

Il mio punto di riferimento.

Vorrei una forza politica capace di parlare sia agli studenti valorizzando una formazione in relazione non di sudditanza con il mondo del lavoro, sia ai professori riconoscendone il ruolo all'interno di un sistema di relazioni e di gestione delle istituzioni culturali più equilibrato. Un sistema di formazione terziaria che nel nostro paese è stato erroneamente appiattita sull'università e che, data la natura del nostro mercato del lavoro, potrebbe trovare nuovo slancio con una riforma che punti anche agli ITS e al diritto allo studio, ormai finanziato con i resti. Un partito che tolga quei beni finiti nella categoria dei beni pubblici, come la cura (trasformata in SALUTE), l’istruzione, il suolo etc, e li risposti nella categoria dei beni comuni, fuori dal mercato, dalle convenzioni in concessione, dalla logica del costo e del profitto, e li renda di nuovo beni usufruibili universalmente. Un partito che parli di ambiente non come vezzo, ma come prospettiva di benessere collettivo, perché nell'accesso alle energie rinnovabili il sogno comunista è più vivo che mai e sarebbe capace di liberarci dal ricatto delle fonti fossili e dalle potenze dispotiche che li gestiscono. Una forza di governo che guardi alle sovranità nazionali nel rispetto reciproco di tradizioni e cultura.

Un partito che guardando al miliardo di anime che è pronta a morire nel mediterraneo alzi la voce in Europa, rendendola spazio per la libera circolazione dei popoli, abbattendo i costi di gestione dei flussi, delle frontiere, dei campi, dell'accoglienza e reindirizzando risorse sull'inclusione sociale, così anche da rompere le catene delle nuove schiavitù e del sottoproletariato in cui sono schiavi nelle nostre città migliaia di invisibili, intrappolati in un territorio, senza possibilità di regolarizzarsi o di andare via, privati del diritto di vivere. Un partito che salvaguardi il frutto del lavoro, ma intervenga massicciamente nella ridistribuzione della ricchezza con il passare delle generazioni.

Un partito che non ceda alle sirene di un sovranismo di sinistra, ma che nell'ottica di una unione da rivedere dalle fondamenta, intraprenda una doppia strada. Una economica che accetta la situazione esistente, ossia che il bilancio di ogni paese è cogestito con la EU, e  che cerchi di mantenere l’avanzo primario tra il 3,5 e 4%, risparmiando ogni anno un sacco su soldi e riducendo debito nell’arco di 10 anni; e una strada politica che, come Portogallo e Spagna, convinca Bruxelles a non leggere i parametri di stabilità con la lente dell'ortodossia, ma secondo la lente della visione paese e della fiducia  generata da interventi che coniugano rigore e nuove spese a sostegno degli ultimi e redistribuendo ricchezza (tasse ai redditi alti, aumento recupero fiscale classi basse, scontrini parlanti ovunque, poco contante, investimenti su cultura etc). Ridurre il debito facendo crescere il pil come crede di fare questo Governo non può funzionare, non solo perché non ha mai funzionato, ma perché questo Governo è privo di politica industriale, visione economica, in quanto e soprattutto perché i due partiti la pensano in modo opposto, e questo non può generare fiducia né interna né esterna, a prescindere dal valore e disvalore del singolo intervento.

Mi piacerebbe un partito e un paese davvero in lotta con i nazionalismi sovranisti, capaci di proporre ai partner europei di uscire dalla Nato come singoli nazioni, e di rientrarci come Unione, e chieda all'europeista Francia di cedere all'Unione Europea il seggio permanente alle Nazioni Unite.

Non penso di chiedere molto, è poco più di un'utilitaria in cui salire sul posto di dietro e finalmente potermi godere il viaggio guardando il paesaggio che cambia, in meglio.