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Meglio votare?

L'evoluzione della crisi di governo ci dona uno spettacolo fatto di tatticismi di seconda mano; divismo testosteronico, con annesso vittimismo adolescenziale; contenuti discutibili e nessuna visione di prospettiva.

In questo scenario deprimente forse è meglio provvedere a staccare la spina a questa legislatura decretando il fallimento degli attori principali e dei gregari, aiutati da una polarizzazione partitica (o di coalizione) innaturale e un sistema elettorale demenziale.

Tuttavia, il voto a novembre (prima data utile) potrebbe restituirci un sistema che, seppur mutato nei rapporti tra le forze politiche, potrebbe essere di fatto immutato nei suoi aspetti salienti.

Conviene al PD imbarcarsi in una esperienza di governo con un nuovo e improvvisato alleato che vive all'interno lo stesso smottamento ad opera di una componente rumorosa e contraria a questa intesa?

Il Movimento Cinque Stelle rischia di più a tornare con la Lega, ad allearsi con il PD, oppure ad andare al voto?

E i vari leader, quanto e cosa rischiano?

Le domande salienti però sono altre. 

Fare il governo,... ma per fare che? Siamo veramente convinti che il taglio dei parlamentari (nella modalità proposta dal movimento cinque stelle) sia qualcosa di prioritario, di così utile, oppure è così dannoso come molti esponenti della sinistra partitica e associativa scrivono sui social network?

C'è qualcosa di egualmente urgente in ambito economico al pari dell'evitare l'aumento dell'iva che questo nuovo governo sarebbe in grado di affrontare?

Francamente ho qualche dubbio.

Le responsabilità di Conte

In fase di insediamento il Presidente del Consiglio Conte dichiarò di voler essere l'avvocato difensore degli italiani, non mi sembra di infierire se scrivo che ha segnato il punto più alto del suo mandato con una arringa difensiva autoassolutoria e solo poco prima di salire al Colle per le dimissioni. 

Il Prof. Avv. Pres. Conte ha fatto da mediatore extragiudiziale per 18 mesi per poi, di fronte al fallimento, schierarsi con una delle parti e rimettere il giudizio nelle mani di una Corte (il Parlamento) tirata nel gioco proprio da uno dei contraenti. Un po' troppo comodo.

Il Presidente Conte vanta un alto grado di popolarità nel Paese reale e, grazie alla sua performance degli ultimi 20 minuti in cui ha sbeffeggiato Salvini ma ha difeso le sciocchezze fatte insieme, vorrebbe riaccreditarsi dalle parti del Pd come capo di un governo "riformatore", mentre incassa l'investitura a Elevato (che come prima impressione mi ha ricordato i livelli OT di Scientology), da parte di Grillo, una parte del Movimento vorrebbe spedirlo in Europa per tornare al governo con la Lega, l'altra parte di nuovo presidente del Consiglio.

Il prof. Conte aveva ragione, questa crisi è così trasparente che più di così bisogna usare dispositivi per la realtà aumentata.

Conte vive di una popolarità data dal suo non essere un politico di carriera. Non ha mai fatto promesse, non ha mai chiesto il voto, non ha ancora stancato. 

Era lì con la sua retorica impeccabile da giurista, il suo timbro garbato e piacevole, la cadenza del popolo, la sicurezza di una cravatta al collo.

Tuttavia l'operazione da Prima Repubblica chiamata "contratto" a cui si è prestato un anno fa, anche se spacciata per grosso cambiamento, in questo mese ha dato la prova di essere esattamente quella cosa che fingeva di non essere. Tempi e forme del "contratto" non sono molto diversi da quelli del "quadripartito".

Un amico avvocato un giorno mi disse che agli avvocati non interessa la "verità", interessa difendere il proprio cliente. Ecco, a me sembra che nell'ultimo mese Conte sia diventato l'avvocato di se stesso.

Non faccio fatica a credere che solo il nome di Conte possa tenere insieme politicamente il Movimento in caso di una votazione su Rousseau per una alleanza con il PD (mentre quello di Fico farebbe gioco su una unità identitaria); tuttavia credo che in questo momento le sue dichiarazioni e annunci non facciano bene né alla sua causa né tantomeno a semplificare il clima. Conte non è organico ai Cinque Stelle e la sua posizione deve incastrarsi a quella di altri. Restare a disposizione del suo movimento di riferimento in devoto (visto che crede) silenzio per qualche giorno non potrà che far bene a lui e alla sua popolarità e, alla lunga, anche alla sua credibilità.

Le responsabilità dei partiti

Sono tante e molte sono precedenti alla crisi.

Lo stato di Forza Italia è pari a quello di un liceo a novembre durante l'autogestione. Fratelli d'Italia sta alla Lega come acqua Guizza sta alla San Benedetto, ed è un brand ad elevata convenienza con un packaging essenziale (per non essere scortesi). Il PD non riesce ad uscire dalla fase congressuale o intercongressuale. Le sinistre, nelle varie forme, vivono di molta unità dichiarata e proclamata ma poco attuata e disperdono energie su troppi tanti temi validi, ma troppi. Il Movimento Cinque Stelle alla prova con il Governo e con le dinamiche politiche nazionali e internazionali deve ancora maturare nelle forme e nel linguaggio, ma soprattutto superare la crisi che questa maturazione comporterà. Destra e Sinistra sono imprescindibili nella politica anche al tempo del populismo e del sovranismo e il Movimento deve fare i conti con questa realtà, anche accettando le perdite che il posizionamento scelto comporterà. La Lega è un partito con un Capo, lo è visto con Bossi e si sta rivedendo con Salvini (tralascio l'anno e mezzo a guida Maroni, a seguito dello scandalo Belsito). Il capo si segue, ma non significa che dietro al capo non ci siano movimenti. Occorrerà capire quanto le performance di questo mese abbiano minato l'infallibilità presunta di questo capo che dal 2013 ha portato il partito a valere 10 volte tanto in termini di consenso, ma che ha anche portato in casa obiettivi e interessi confliggenti tra la vecchia lega di amministratori del nord, che vuole l'autonomia e la nuova lega che sti sta muovendo a sud, oltre alla natura dei rapporti con il centrodestra.

 

Questa crisi ha accelerato le crisi interne e soprattutto a reso evidenti i limiti strutturali delle attuali formazioni politiche anche ad opera di 3 leggi elettorali (il vecchio Mattarellum, il Porcellum e questo Rosatellum)  che dal 1994 non ci fanno scegliere chi mandare in Parlamento e per come son state applicate hanno minato l'istituto della rappresentanza parlamentare.

Che siano 630 o 400 il problema non è quanti Parlamentari eleggiamo, ma come.

Con il mattarellum, i candidati di collegi erano scelti dalle segreterie; con il porcellum, le posizioni erano frutto della devozione al capo o la risultante di una guerra tra correnti. Solo l'esperimento delle primarie delle liste del PD e di Sel del 2013 ha dato una dignità ad una legge elettorale indegna.

Il Rosatellum ha infine celebrato una consapevolezza: non deve essere il corpo elettorale a scegliere chi eleggere, e questo grazie al voto trasferito tra collegio uninominale e liste nel collegio plurinominale.

L'attuale taglio dei parlamentari proposto dal Movimento di fatto permetterà una riorganizzazione dei collegi e delle quote di seggi distribuiti sui collegi plurinominali che premierà prima di tutto i grossi partiti, e poi solo i piccoli in alleanze e in base alla loro forza contrattuale nella scelta dei collegi uninominali.

Avere 400 deputati non è un problema, ma facciamo una legge elettorale proporzionale con sbarramento al 3%, non questo pasticcio dove i fedelissimi si candidano in collegi dall'altra parte del paese e i big in 5 collegi contemporaneamente.

Infine, se i rappresentanti politici di prima e seconda fila riescono a parlare per due settimane solo di "tradimento" o delle "pugnalate" vuol dire che il limite di questi contenitori come substrato per la maturazione di una idea e visione politica ha superato la soglia critica. 

Questi partiti sono delle macchine elettorali e poco di più.

Nessun Governo è meglio di un cattivo Governo

Non ce lo dice solo il Belgio con la sua lunga esperienza.

I 15 punti messi sul campo da PD e 5 stelle, al netto dei proclami e delle buone intenzioni, sono irrealizzabili nei tre anni che restano a questa legislatura

A prescindere da chi farà il presidente del Consiglio e dalle tattiche delle ultime ore usate per arrivare alla quadra (a Conte/Fico non possono dire di no), il programma di Governo potrebbe segnare due punti di rottura indigeribili per parti non minoritarie dei due partiti coinvolti.

La doppia discontinuità sarebbe sia una discontinuità nello stile e in parte dei contenuti degli ultimi governi del PD, sia nella recente esperienza del M5S.

Significa avere delle doppie incognite in casa.

Cosa faranno i renziani? Cosa farà il gruppo attorno Paragone, cosa farà Di Battista.

Vogliamo vivere i prossimi tre anni con gossip, soffiate via registrazione, accuse, tattiche e come in questi giorni?

Io sono già sfinito.

Le incognite

Con consultazioni in programma, in caso di buco nell'acqua, si dovrebbe andare al voto a metà novembre.

Troppo tardi per votare in base agli impegni economici, troppo presto per una campagna elettorale serena e anche nel rispetto della riforma costituzionale in approvazione.

Ma la data del voto non è nelle disponibilità del Presidente che sondata l'assenza di una maggioranza non può non sciogliere le Camere. Può certamente suggerire un certo comportamento, come un Governo  temporaneo.

Se nelle prossime 48 ore le trattative M5S/PD dovessero andare avanti, il Presidente Mattarella potrebbe dare incarico a Fico (o Conte) con una doppia possibilità. E può farlo solo con loro due grazie agli incarichi che ricoprono. Presidente Camera uno e già Presidente del Consiglio facente funzioni il secondo. In base allo stato dell'arte delle relazioni tra PD e M5S il Presidente del Consiglio incaricato potrebbe accettare con riserva, e sciogliere la riserva dopo qualche giorno dando annuncio di Governo di Legislatura in caso di accordo di programma raggiunto o di un Governo di Garanzia in caso di assenza di accordo, ma con il compito di portarci al voto dopo aver messo in sicurezza i conti e rivisto la legge elettorale di un parlamento ridimensionato nei numeri.

Oppure, e sarebbe l'ennesimo cambio di scena, il Presidente del Consiglio incaricato potrebbe ritornare dal Presidente della Repubblica per rifiutare incarico, come già successo, aprendo nuovamente alle consultazioni, in caso di un rinnovato accordo tra Lega e M5S e dare un nuovo incarico.

E la dichiarazione di Conte mi fa credere che Conte si sta prestando a questa operazione, unico (e ultimo) fronte per impedire il nuovo accordo con la Lega, ma forse ho qualche pregiudizio.

 

Alla luce degli ultimi sondaggi con rilevazioni successive al 13 agosto, a nessuno, nemmeno a Salvini conviene andare al voto in autunno.

Ma se si voterà o se la legislatura continuerà almeno fino all'elezione del presidente della Repubblica nel 2022 questo è un mistero.